Fashion victims – perchè la moda ci vuole magre?

«Solo alle grasse non piacciono le modelle magre. Il mondo della moda è fatto di sogni e illusioni e nessuno vuole vedere donne rotonde».

A dirlo fu Karl Lagerfeld, genio assoluto dello stile e dell’immagine scomparso il 19 febbraio prioprio di quest’anno, innamorato della bellezza femminile MA solo di quella che, secondo i propri canoni, potesse dirsi perfetta.

Eccezion fatta per qualche polemica iniziale nessuno (o quasi) osò mai contraddirlo anche perché, nonostante il Kaiser del fashion system fu uno dei pochi ad ammetterlo ufficialmente, la maggior parte dei colleghi la pensano, la pensavano e la penseranno sempre nel medesimo modo. E poco importa che a sfogliare le riviste sognando i loro modelli non siano tutte taglie 36, in passerella devono essere così. Una tendenza che con sporadiche parentesi, governa il settore da quando esiste il concetto di sfilata, ovvero da circa un secolo.

un secolo – avete capito bene

oggi però siamo ancora qui a farci la stesse domande di ieri:

“perchè la moda ci vuole magre?”

Nessuno può farsi distrarre dalle forme femminili, solo gli abiti devono essere ammirati.

Chiunque frequenti i défilé per lavoro o piacere, o si trovi in questi giorni suo malgrado inglobato nel vortice della Fashion Week milanese, sa quanto questa affermazione sia priva di senso e inattuabile al tempo di Instagram e delle influencer che sfidano le temperature non proprio miti di febbraio con outfit improbabili per un like o un follower in più. C’è stato un tempo però in cui a parlare dovevano essere solo le creazioni sartoriali, per questo era richiesto che i corpi di chi li indossasse fossero quasi invisibili. Affonda le radici in quel periodo l’ossessione per le ragazze scheletriche chiamate non a caso Mannequin, manichini utili esclusivamente a vendere abiti, senza diritto di parola su di sé, né tanto meno sulla propria fisicità. Il primo a lasciare alle indossatrici il ruolo di semplici comprimarie pelle e ossa fu lo stilista francese Jean Patou, che nel 1924 propose un canone estetico preciso, spietato e irreale a meno che non si abbiano 13 anni (forse): fisico alto, snello, senza fianchi ne seno e con le caviglie fini.

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Se si parla di super modelle però la mente di tutti corre a loro: ClaudiaNaomi e Cindy. Non serve nemmeno citare i cognomi (per la cronaca Schiffer, Campbell e Crawford) perché queste icone furono talmente tanto osannate da entrare nelle case di tutti semplicemente con i loro nomi.

Erano i ricchissimi Anni 80 e 90 e ogni cosa, compresi sfarzo ed eccessi, sembrava possibile e alla portata di quasi tutti. In due decadi nelle quali lustrini, paillettes, soldi e cocaina si imposero su buona parte del resto, a spiccare furono queste ragazze bellissime proprio perché magre ma non troppo, riconosciute finalmente anche dagli stilisti capaci di esaltare gli abiti con carisma e femminilità, non di offuscarli. Una virata molto forte visto che se negli anni precedenti riuscire a emergere era una rarità, da quel momento le top model di fama mondiale si moltiplicarono. Qualche nome? Kate Moss (unica vera eccezione skinny), Eva HerzigovaCarla BruniLinda EvangelistaElle Macpherson, e l’elenco sarebbe ancora lungo. Sfociando negli Anni Duemila impossibile non citare Gisele BundchenAlessandra Ambrosio e l’invasione degli angeli di Victoria’s Secret che imposero un nuovo e differente codice ancora oggi il più in voga, quello della donna filiforme ma tonica, che possa permettersi di mangiare qualcosa in più, poco in realtà, facendo sport.

IL PROBLEMA DELLO STEREOTIPO UNICO

L’abbandono dell’eccessiva magrezza a favore di un modello di bellezza asciutto ma sano è stato dunque un tanto atteso passo avanti?

Paradossalmente in un certo senso no perché il problema sta proprio nel concetto stesso di modello e nell’idea che debba esisterne solo uno. Certo, che questo lasci parametri impossibili da soddisfare e pericolosi per la salute, per abbracciarne altri leggermente più alla portata di tutte (con le dovute proporzioni) è già qualcosa ma non basta.

Il messaggio che le passerelle prima di altri luoghi dovrebbero mandare, infatti, è che non esista un’unica idea di femminilità, ma diverse, e che ognuna possa trovare in se stessa qualcosa di cui andare fiera, da sfoggiare con orgoglio e, perché no, che la faccia sentire sensuale quando vuole.

Taglia 38: cosa succede quando le modelle (già magre) si ribellano alla moda?

Charli Howard è solo l’ultima modella che si è ribellata alla taglia 38 imposta dalle agenzie di moda: da Marie Claire a “Open Space” il dibattito è acceso. Rischio anoressia compreso.

Charli Howard, ha 23 anni e veste proprio la famigerata 38: peccato che alla sua agenzia di moda non basti. Morale, all’ennesima richiesta di dimagrire ancora per trovare un posto in passerella, Charli ha risposto picche e poi ha affidato a Facebook e Instagram la sua lettera aperta all’agenzia, scatenando la rete in un fiume di solidarietà, affetto, ringraziamenti e plausi. Insomma, un tripudio.
Mi rifiuto di sentirmi in colpa perché non raggiungo i vostri ridicoli e insostenibili standard di bellezza – scrive Charli – mentre voi state seduti tutto il giorno alla scrivania, divorando torte e biscotti e criticando me e le mie amiche per il nostro aspetto fisico”. Tiè. Forse Charli si è ispirata a Agnes Hedengard, la sua collega svedese silurata perché “troppo grassa” che ha chiesto consiglio alla rete postando un video su YouTube: in due giorni è stato visto quasi due milioni di volte. Giudizio unanime, “non sei troppo grassa, anzi”.

Tante sono le ragazze come Charli, che sognano di lavorare nel mondo della moda ma che puntualmente ricevono porte in faccia perchè non in linea con i canoni estetici della moda.

Al giorno d’oggi, parlarne è semplice. I social sono dei mezzi fortissimi che possono sensibilizzare il pubblico a temi così importanti. Eppure, spesso si tratta di armi a doppio taglio. Se da una parte i social possono sollecitare la gente a guardare coi propri occhi e non come il sistema moda impone di fare – dall’altra – molti brand cavalcano l’onda con campagne che si, promuovono bellezze differenti ma peccano di perbenismo.

Ma dove sta la verità?

sicuri di volerlo sapere? La verità fa male – come diceva una canzone – e anche in questo caso nasconde un lato oscuro che c’è, esiste e bisogna prenderne atto.

Facciamo chiarezza

Ricapitolando – gli stilisti governano il fashion system, promuovono capi accessori ma anche modelli da seguire che esattamente come le mode all’ultimo grido riguardanti le nuove tendenze che ogni giorno acquistiamo e mettiamo nel nostro armadio vendono anche sogni,illusioni che influenzano il nostro stile di vita e il modo in cui ci guardiamo allo specchio ogni giorno.

Inquietante? si, lo è.

Si tratta di un circolo vizioso, in cui nessuno è il cattivo. La verità sta nell’accettarsi e questo meccanismo non può partire dalle riviste e dalle proposte moda ma dalla consapevolezza collettiva.

NELL’ERA DELL’INCLUSIONE QUALCOSA SI MUOVE

Negli ultimi anni è giusto riconoscere come alcune cose stiano cambiando visto che sono sempre di più i brand che propongono linee curvy o decidono di far sfilare indossatrici non allineate al concetto di bellezza universale, siano esse meno esili, di origine non caucasica (altra vicenda spinosa visto che i dati parlano chiaro e dicono che solo circa il 30% delle indossatrici esca da questo parametro), non giovanissime, con la vitiligine o una qualunque forma di disabilità.

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